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Il mio 11 settembre 2001

pataxis

Published: 04 May 2018 › Updated: 04 May 2018Il mio 11 settembre 2001

Il mio 11 settembre 2001

Accolgo lo spunto proposto da serialfillerHive account@serialfiller per raccontare i miei ricordi legati a quel giorno.


Come tutti sapete, in Italia erano le prime ore del pomeriggio. In casa nostra le solite incombenze del dopo pranzo: mio marito lavava i piatti e ascoltava i soliti commenti del martedì sulla solita frequenza idiota di una radio per soli romanisti. A settembre non era ancora iniziato il campionato, ma le radio dei tifosi hard non conoscono ferie: campagna acquisti, pronostici, speranze, lamentele (specialità dei romanisti).




Io intanto me ne stavo seduta in salotto, con in braccio il nostro bambino di due anni, per farlo addormentare. Anche quello era un rito, la ninna nanna, il dondolio delle braccia, le parole sussurrate per regalargli la calma e accompagnarlo nel riposino pomeridiano. Ricordo che, fino a poco prima dell'incubo, pensavo come ogni giorno quanto insulse fossero quelle trasmissioni radiofoniche in cui telefona il tifoso Nando che svuota il suo campionario di ovvietà sentendosi un novello Bearzot. Lui diceva che lo rilassavano proprio per questo. Era un brutto periodo per noi, c'era stata nei giorni precedenti una litigata furibonda per una questione molto importante. Mi sentivo ferita, una tristezza infinita.





Poi, lui mi chiama. "Alla radio hanno detto che a New York è appena successo qualcosa. Un aereo, pare. C'è di mezzo una delle torri gemelle. Forse un incidente. Accendi il televisore, guarda un po' se ne parlano". Io accendo.

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Lo chiamo, grido. Da quell'istante in poi restiamo impietriti sulle nostre poltrone rosse, incapaci di capire, come davanti a un film, come dentro a un film. Le notizie all'inizio sono incerte, le ipotesi diverse. Incidente? Attentato? Ma quale pilota può aver avuto un'idea così folle da lanciare un aereo di linea contro un grattacielo?

Andrea, inconsapevole, naturalmente continua a restare sveglio, credo senta che la nostra calma abituale è svanita. Io lo tengo stretto, con il viso rivolto alle mie spalle, per impedirgli di vedere l'orrore, ammesso che l'orrore possa trovare un nome nel suo cuore intatto.
Non riesco a risolvermi a lasciare il salotto per portarlo nella sua stanza a dormire, non posso staccare gli occhi dal video. E poi arriva il secondo aereo, lo vediamo entrare nella seconda torre come un insetto in una scatola bucata. Gridiamo, abbiamo paura, Andrea si spaventa e inizia a piangere. Cerco di placare la sua inquietudine cullandolo, ma è come se tentassi di cullare me stessa. Mi accorgo che la sua presenza tra le mie braccia mi conforta, mi dà calore. Dopo un po' crolla e lo porto di là, in silenzio.

Quando torno in salotto niente è cambiato. Non è stato il brutto sogno di un bimbo angosciato, è tutto vero, è ancora lì. Penso solo ora - lo so, è un'idiozia - alle migliaia di persone che ogni giorno stanno dentro a quei due edifici, penso staranno uscendo, staranno facendo qualcosa di sensato. Poi, piano piano, iniziano le immagini dei corpi che precipitano nel vuoto e, dopo un po', la prima torre crolla. Poi anche la seconda. Un'immensa nuvola di polvere che si porta via metallo vetro e futuro. Non mi escono più le parole.


Il resto del tempo, quel giorno e quelli successivi, mi sentii in pericolo. Ricordo che scrutavo il cielo, guardavo il piazzale della Stazione Termini, in cui mi trovai a passare la mattina dopo, cercando da dove potesse arrivare la morte per tutti noi. New York, Londra, Roma, Parigi. Forse potremmo trasferirci nella casa del mare, pensai anche.

Ho tenuto i giornali e le riviste di quei giorni, perché parlarne e sentirne parlare mi sembrava l'unico modo per esorcizzare l'incubo. Perché la parola è quello che ci fa uomini.

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Salvo dove diversamente indicato, tutte le foto sono di mia proprietà.

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