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Raduno con contrappunto

pataxis

Published: 15 Apr 2018 › Updated: 15 Apr 2018Raduno con contrappunto

Raduno con contrappunto

Come promesso, eccomi qui a raccontarvi del nostro primo raduno di SPI. Il titolo si spiega perché il testo di base è mio e il contrappunto, in neretto, è di Francesca martaorabasta@martaorabasta.

Per sapere come tutto abbia avuto inizio, guardate qui.

Poiché io avevo lanciato la proposta, è andato da sé che fossi io a occuparmi anche dell’organizzazione (meno male che non hanno pensato di farmi anche lavare i piatti). Così vado qualche sera prima nella nostra pizzeria di riferimento post-provadicoro e chiedo di riservarmi un tavolo da dieci persone per sabato 7 aprile. Segue la conversazione tra me (pataxis@pataxis) e ‘r sor Carlo, padrone e signore della pizzeria La Montecarlo (sevoinapizzadillo):


Lui: E che probbblema c’è? Voi venite e io ve faccio mette a sede.
Io: Ehm… veramente… è sabato… ci sono persone che vengono da fuori Roma, non vorrei che poi dovessimo aspettare fuori…
Lui: Ma si te dico che nun c’è probbblema? C’avemo tavoli pe’ tutti, venite e ve sedete.
Io: Lei è sicuro? Comincia la bella stagione, c’è un sacco di turisti, ho paura che poi facciamo una figuraccia con i nostri amici…
Lui: Nun te posso ferma’ er tavolo, perché mo’ tu me dici “semo dieci”, ‘nvece poi alle otto e mezza arivate ‘n cinque e a me me tocca sta’ fermo a aspetta’ l’artri cinque magari mezzora. N’hai capito?
Io: Lei ha ragione, ma le assicuro che saremo puntuali. E poi ci sarebbe un’altra cortesia: avremmo bisogno di un tavolo vicino alla finestra perché dobbiamo fare un collegamento internet (in tutto il locale non prende un tubo, che manco nella caverna di Alì Babà)
Lui: Ma che me stai a di’…? Che nun l’hai letto er cartello? (sui muri del locale campeggiano due avvisi, uno sull’impossibilità di usare la rete, l’altro sull’”economia reale”, cioè sul fatto che accettano solo contanti)
Io: Sì, certo, per questo le chiedo di farci stare verso l’esterno del locale, in modo da avere più facilmente la connessione. Dovremmo fare un collegamento con altre persone lontane.
Lui: Cioè? Famme capi’, vie’ qua, mettet’ a sede: tu stai a magna’ co' l'amichi tua e te metti a parla’ co’ quarcun artro?
Io: Be’, non è che ci mettiamo proprio a parlare. Sa, è un incontro tra molte persone e diverse sono in altre parti d’Italia e non potranno essere presenti.
Lui: Boh, ammemme sembra ‘na cosa strana tanto, ma che te devo di’? metteteve ‘ndo ve pare.
Io: Grazie, allora lascio il nome a suo figlio, in cassa?
Lui: Ecco, brava, va’ da lui che te capisce mejo.
Io (al figlio): Allora un tavolo da dieci per sabato 7 vicino alla vetrata, per favore.
Figlio (scrive più o meno su un quadernetto ramengo): Che nome metto?
Io: Paola.
Figlio: Vabbe’, famo Paoletta.
Io: E famo Paoletta. Grazie, a sabato.

Tutto questo mentre siamo a cena dopo le prove del coro. La guardo e tra me e me penso “poraccia, in che casino s’è messa”.

Arriva il fatidico sabato 7 aprile 2018, data del primo RaduSPI della storia di SPI. Mentre si avvicinava l’ora di uscire per la cena, mi chiedevo come ci saremmo riconosciuti: quelli che fanno gli appuntamenti al buio, o quelli che si innamorano in chat si danno dei segnali, tipo “metterò un cappello verde sulle ventitré”, oppure “avrò una rosa gialla in bocca e un sigaro toscano nella mano sinistra”. Noi forse avremmo dovuto decidere di metterci una spilla col logo di Steemit, o forse (sindrome da bravaprofessoressa col picciname sconosciuto delle classi prime) avrei dovuto preparare tanti cartellini con i nostri nick da mettere davanti al bicchiere della birra… Decido che chissene, in qualche modo faremo, anzi, sarà ancora più divertente. Non altrettanto divertente avrà trovato l’idea la coppia che, a turno, abbiamo importunato arrivando davanti alla pizzeria, chiedendo loro se avessero un appuntamento con noi: a me alla fine hanno risposto “No, noi stiamo solo aspettando di mangiare una pizza per i fatti nostri”. Mentre ciò accade e io mi sento un’ebete, un gruppetto folto di sorrisi mi richiama a sé: “Siamo noi!”
Evviva, siamo salvi, è tutto vero. E, soprattutto, c’è già un’aria di festa che mi dice che andrà benissimo. Inizia il quiz delle identità nascoste: “tu devi essere camomilla@camomilla, visto che sei l’unica donna oltre a me e a Francesca che non è ancora arrivata.” Camilla mi travolge con una quantità di parole e di sorrisi in piena e solo dopo capisce chi sono, perché mi presento come Paola (Paola, nome comune di cosa…). Un’altra è vicina vicina a uno che ha tutta l’aria da gianluccio@gianluccio (majetta d'aa Magggica e visetto da bravo ragazzo, altro che BAR), quindi sarà Gianluccia, cioè Stefania. "E tu…?" Lui può essere solo mirkon86@mirkon86, timido ma sorridente anche lui, con uno spiccato accento molto più nordico del casello di Roma Nord. claudiop63@claudiop63 lì per lì viene guardato con una certa reverenza, come una specie di essere mitologico di cui si è sentito parlare qualche volta all’asilo, ma della cui esistenza non si può confessare di aver dubitato. Poi, nascosta sotto un casco, arriva rombante sulla sua moto Francesca martaorabasta@martaorabasta ed è un altro scroscio di saluti, come fosse tornata un’amica che non si vedeva da tanto. Intanto fa capolino un “Ciao, mi sa che io sono a cena con voi…” di un ragazzone alto e dalla lunga criniera che si presenta orgogliosamente come funes@funes, un neofita di nome Andrea che chiede di essere accolto dalla comunità. E, mentre tutti gli stringono la mano e gli danno il doppio benvenuto, da lontano vediamo avvicinarsi flemmaticamente Matteo themadicine@themadicine, che riconosco dalle foto del suo gruppo viste nei suoi post e, subito dietro, più che flemmaticamente direi imponentemente, si staglia la figura inconfondibile del Dobrovich, con la sua camminata lenta e il suo capello candido. La pipa la tira fuori solo dopo cena.

Che poi fino all’ultimo come per i ritrovi con la classe del liceo dici “oddio ma io nun ce vado, mi imbarazzo, non so che dire…”. Mi convinco, mi scuoto dal torpore meridiano del sabato e mi dirigo verso il solito pizzettaro del mercoledì. E per fortuna sono già arrivati. Piazzati in mezzo alla strada. Tutti già là. pataxis@pataxis è piuttosto elegante e mi domando se forse non avrei dovuto fare qualcosa di meglio, ma ormai è troppo tardi. Li saluto da dietro il casco e vado a cercarmi un posticello mentre penso a una battuta accettabile da fare. E non me ne viene nessuna.
Ovviamente tutti si sono riconosciuti, mentre io non riconosco nessuno. Evvabbè, diciamo che gianluccio@gianluccio era quasi inevitabile riconoscerlo. E’ uguale alla fotina votiva sul suo account. Ma non lo dico perché non mi vorrei sbagliare. camomilla@camomilla pensavo fosse sarabelardo@sarabelardo. Poi l’ho sentita parlare e ho evitato il gaffone. themadicine@themadicine l’ho visto nelle foto. E’ lui, è proprio lui. Ma lui chi? Come diavolo si chiama?

Intanto io, tra un saluto e l’altro, attiro l’attenzione dei camerieri perché nel frattempo davanti alla porta si è formata la solita ressa da sabato sera al centro. Claudio, con uno dei suoi famosi interventi pragmatici (hahahahaha!), prende in mano le redini della situazione e si fa varco tra la folla per guadagnare il fatidico e agognato tavolo vicino alla finestra. Ci sediamo contenti nella tipica caciara del tipico locale romano, da me scelto per i motivi che avrete capito (oltre al fatto che è nel centro e che la pizza è ottima ed economica), sapendo che riusciremo a fare conversazione solo con i nostri vicini e dirimpettai, a meno di fare una chat con l’altro capo del tavolo. Dobrovich già arringa gli astanti:

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Mi dedico alla spaesata signora gianluccia@gianluccia perché mi metto nei suoi panni e penso alla prospettiva di partecipare a una cena con illustri sconosciuti che hanno come unico argomento comune un argomento che lei ignora. Ma non devo sforzarmi molto. Lei è una placida, simpatica e determinata ragazza socievole. E dopo pochi minuti si ambienta alla grande condividendo con themadicine@themadicine il mancato recapito delle pizze. Noi siamo all’amaro mentre loro addentano il primo boccone.

Naturalmente, come in ogni comunità che si rispetti, presto si delinea il reparto fumatori:

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Quanto alla connessione per la diretta Facebook che avevo vagheggiato, niente da fare: tempi geologici di caricamento di mezza pagina web. Vabbe’, dopo cena gelato a piazza Navona e foto da lì per la comunità.
Dobrovich continua ad arringare gli astanti:
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Io abbordo una turista e le chiedo di immortalarci in una location delle più oleografiche, mentre themadicine@themadicine trova da ridire sullo stile della Fontana dei Fiumi e racconta i segreti più inconfessabili della storia dell’arte romana ai nostri ospiti bolognesi.
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da sinistra, fila dietro: Gianluca, Matteo, Marco e Mirko, fila centrale seduti: Andrea, Stefania, Francesca e Camilla; davanti, accovacciati senza pallone: Paola e Claudio


Dobrovich non cessa di arringare gli astanti:

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Si decide quindi di fare uno struscio (a Roma sinonimo di passeggiata in luogo frequentato) fino a Campo de’ Fiori e a Piazza Farnese, chissà che Matteo non trovi qualcosa di suo gusto in questo paesotto di provincia che ci ospita. Ma intanto s’è fatta ‘na certa e i due Gianlucci devono ahimé lasciarci, dovendosi alzare presto il giorno dopo. Noi vintage non dobbiamo affatto alzarci (Francesca comunica pubblicamente la sua decisione di accannare la Maratona cittadina della mattina successiva (alla quale, aggiungo, avrei partecipato per la parte non competitiva dei 10 km, non sia mai vi facciate l’idea che sono in grado di correre per 4 ore di fila) ma, essendo vintage, alla movida notturna avemo già dato e ora aneliamo inconfessabilmente alla pantofola.

Giusto il tempo di un’ultima foto, per la quale Dobrovich smette persino di arringare gli astanti e sfodera un sorriso (ehm...).

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Così Francesca, Marco, Claudio e io, contenti come ragazzini dopo la gita scolastica, dopo aver salutato e promesso altri raduni (magari a Napoli, per avvicinarci ai siciliani…?), lasciamo i ggggiovani al turbinio romano e ci concediamo l’emozionante sfida dei mezzi pubblici per tornarcene nelle nostre rispettive case vintage.

Loro prendono i mezzi pubblici. Io, non faccio per vantarmi, prendo la mia motina e me ne torno sui miei passi. Molto soddisfatta per un inaspettato e soddisfacente sabato sera. Perché si sa, il sabato sera è come San Silvestro. Ti devi divertire ad ogni costo. Quindi ti rompi le palle. Invece…

E’ stata una serata piena di incontri. E incontrarsi, sempre, in qualunque forma, è il senso di tutto.

Alla prossima

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