Prima che si sciolga
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La neve cadeva fitta, lenta e ostinata, inghiottendo ogni suono. Dentro la baita di montagna, il fuoco scoppiettava, proiettando sulle pareti ombre deformi che si muovevano come se respirassero. Eravamo sedute a terra, come quando da ragazzine ci nascondevamo in soffitta a raccontarci segreti che non avremmo mai detto a nessun altro. Anita e Silvia. Sempre insieme. Sempre. Nel tepore della stanza io stavo con le ginocchia piegate e le mani sulle caviglie. Lei, appoggiata alla poltrona, una gamba sotto di sé. I suoi capelli nero corvino che scivolavano sul maglione di lana bianca. Ogni tanto, una ciocca le cadeva sugli occhi e le ombreggiava le lentiggini. La spostava dietro l’orecchio con quel gesto lento, quasi svogliato, e poi sorrideva. Ci guardavamo. Ma era un guardarsi diverso, carico. Come se in quel silenzio si fossero accumulate tutte le parole non dette degli ultimi anni.
«Ti ricordi il campeggio al lago e le notti in tenda?» chiese, senza smettere di fissarmi. «Come potrei dimenticare…» risposi, tenendo il suo sguardo più del necessario. E lei sorrise. A metà. Quel sorriso che conoscevo a memoria, ma che ora sapeva di altro.
Presi coraggio. Mi mossi verso di lei, piano. Pochi istanti, e già il suo respiro cominciava a mescolarsi al mio, caldo, dolce, quasi esitante. Potevo sentirlo sfiorarmi le labbra ancor prima che ci toccassimo. La luce arancione disegnava ombre morbide sul suo viso, carezzava le sue ciglia, faceva brillare qualche riflesso nascosto nei capelli. Lo scricchiolio del legno che pareva avvertirci di fermarci. Non lo facemmo. Sentivo la pelle che si tendeva, l’aria che si faceva più densa. Un filo invisibile ci teneva sospese in quell’istante.
E poi… le nostre labbra si toccarono. Non fu un impatto, ma un lento posarsi, un riconoscersi. Era come rientrare a casa dopo un lungo inverno, come aprire una porta rimasta socchiusa da anni. Le sue labbra erano calde e morbide, e portavano con sé il sapore di tutto ciò che avevamo taciuto. Le sue mani sulla mia nuca, le mie sulle sue guance fredde, quasi ghiacciate. Fuori, il mondo smise di esistere.
Poi un rumore. Passi rapidi sulla neve. Una voce maschile che la chiamava, vicina. Troppo vicina. Anita si staccò piano, ma non con il rimorso negli occhi. Mi guardò, con un velo di tristezza. Si alzò, prese il cappotto e lo indossò in fretta, infilando i bottoni nelle asole sbagliate. «È arrivato Samuel… Ti avevo parlato di lui…» disse, senza guardarmi. La voce un po’ rotta. «Non posso restare…» sussurrò. Mi morsi le labbra per non chiederle il perché.
Aprì la porta. L’aria gelida entrò e una parte del fuoco si spense. Rimasi lì, con il cuore che batteva ancora forte e un vuoto che si allargava sotto i piedi. Il fuoco continuava a bruciare. Ma non scaldava più.
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